L’Unità di Italia vista da un rivoluzionario napoletano.

La storiografia ufficiale scritta dai risorgimentalisti che alla fine vinsero la guerra ed ebbero il diritto di parola ci ha sempre parlato di una guerra di liberazione mossa dal Regno di Sardegna nei confronti dei Borboni di Napoli per l’affrancamento di quel popolo schiavo , povero e sottomesso.

E’ ovvio che gli storiografi di Stato dicono la loro verità che non combacia sempre con la realtà che invece ci mostra come nel corso di quegli eventi si siano verificati dei fatti incresciosi che vale la pena conoscere. Tanto per cominciare l’idea di Italia Unita affonda le radici nel movimento politico “chiamato risorgimento “; Il Risorgimento è un movimento ideologico e letterario che culminerà, nel 1861, con l’Unità d’Italia. Si tratta in realtà di un movimento complesso, dotato di molte anime, che gli storici hanno interpretato in modi differenti. Il Risorgimento è il risultato dell’attività di molti politici, pensatori, cospiratori e patrioti. Non tutti aspiravano allo stesso obiettivo: qualcuno immaginava un’Italia repubblicana, qualcuno una confederazione di stati unita sotto l’autorità del papa, alla fine l’Unità d’Italia seguirà il percorso di una monarchia liberale, quella di casa Savoia per motivi contingenti dovuti ad interessi economici e politici di Stati come la Francia e la Gran Bretagna ,sopratutto ,e alla sconfitta degli Austriaci contro la coalizione Vittorio Emanuele II/ Napoleone III che verso il 1860 causarono importanti cambiamenti territoriali portando il Veneto e la Lombardia sotto il dominio del Regno di Sardegna che in cambio  donò a Napoleone III il ducato di Nizza.

Dunque la contingenza era favorevole a che Vittorio Emanuele tentasse anche di annettersi dopo Lombardia e Veneto, il Regno delle Due Sicilie anche se sotto sotto I francesi avrebbero voluto un loro Principe (l’ultimo discendente di casa Murat).

In effetti l’annessione del Regno di Napoli rappresentava un gran business per gli aspiranti liberatori, fossero essi Francesi Inglesi o Sardo/piemontesi.Nel 1860 la popolazione del Regno delle Due Sicilie era poco piú di 9 milioni di abitanti.Il Regno in quell’anno poteva sicuramente essere considerato in campo economico al primo posto in Italia ed al terzo in Europa.
La moneta circolante nelle Due Sicilie era pari a 443,2 milioni di lire, cioè oltre il doppio di tutte le altre monete circolanti nella penisola italiana.
Per fare un paragone si può considerare che il Piemonte possedeva solo 20 milioni di lire.
Questo era stato il risultato di previdenti leggi che avevano regolato le importazioni e le esportazioni proprio con lo scopo di favorire la nascita dell’industria, dosando opportunamente i dazi doganali e le misure fiscali.
Infatti già dal 1818 l’industria tessile (seta, cotone e lana) e quella metalmeccanica erano i due principali settori trainanti dell’economia delle due Sicilia, tanto che molti stranieri trovarono conveniente investire nel Regno.

il setificio di San Leucio a Caserta

Il reddito pro-capite era pressoché uguale a quello medio italiano, per un totale complessivo di 275 milioni di ducati all’anno.
Per quanto riguarda la vita economica bisogna dire che i prezzi erano estremamente stabili ed il Governo era sempre attento a garantire sia un’attività produttiva redditizia sia paghe adeguate al contesto socioeconomico.
Rarissime erano le emigrazioni, poiché la disoccupazione era molto limitata.

Il settore agricolo, dava una eccedenza di risorse alimentari che erano cosí disponibili sia per la manodopera dell’industria sia per l’aumento della popolazione.
A proposito di agricoltura è necessario dire che è una favola quello di un Sud latifondista con i Borbone.
I latifondi al Sud si formarono con la venuta dei Piemontesi, che svendettero ai loro collaborazionisti tutte le terre demaniali rapinate ai contadini che ne avevano l’uso civico da centinaia di anni. La CAMPANIA del 1860 era la regione piú industrializzata d’Europa, particolarmente l’area napoletana, lungo l’asse Caserta – Salerno.
In essa vi erano sia il grandioso Opificio di Pietrarsa dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari, sia i famosi cantieri navali tra i migliori d’Europa, fabbriche d’armi e di utensileria, aziende chimiche – farmaceutiche e per la produzione della carta, del vetro, concia e pelli, alimentari, ceramiche e materiali per edilizia.
Prestigiosa era la produzione della seta di S. Leucio.
Numerose anche le fabbriche di strumenti tecnici, orologi, bilance, e insomma tutta una miriade di fabbriche minori, nei piú svariati campi di attività, diffuse geograficamente in tutto il territorio.

Il Regno, in quegli anni, aveva dunque una forte economia, con una stabile e solida moneta, ma non aveva un forte esercito.

Il 1° ministro del Regno di Sardegna era invece Camillo Benso conte di Cavour. La mistica risorgimentale ci ha abituato a considerare Cavour come padre del Risorgimento, un genio della politica. In realtà in quanto massone non era indifferente , come Garibaldi, alle influenze massoniche Inglesi ( e non c’è nulla di male ad essere massoni), ma la maggior parte delle sue decisioni non furono altro che esecuzioni dei “suggerimenti” che venivano orchestrati da Londra. L’Inghilterra, per quanto riguarda in particolare il Mediterraneo, perseguì una sua complessa strategia politica che si sviluppò attraverso varie fasi. Iniziò con l’impossessamento di Gibilterra e, nel 1800, di Malta, che apparteneva alle Due Sicilie, approfittando dei disordini causati dalle guerre di Napoleone. Poi, intorno al 1850, in previsione dell’apertura del canale di Suez, per essa divenne vitale possedere il dominio dei Mediterraneo per potersi collegare facilmente con le sue colonie. Per questo i suoi obiettivi principali furono l’eliminazione della Russia dal Mediterraneo, contro la quale scatenò la vittoriosa guerra di Crimea nel 1853, e il ridimensionamento dell’influenza politica della Francia nel Mediterraneo. Il fattore determinante che spinse l’Inghilterra a dare inizio alle modifiche dell’assetto politico della penisola italiana furono gli accordi commerciali tra le Due Sicilie e l’Impero Russo, che aveva iniziato a far navigare la sua flotta nel Mediterraneo, avendo come base di appoggio i porti delle Due Sicilie. La Francia, a sua volta, voleva rafforzare la sua influenza sulla penisola italiana, sia con un suo protettorato sullo Stato Pontificio, sia con un suo progetto di mettere un principe francese nelle Due Sicilie. Per raggiungere questi obiettivi le due potenze si servirono del piccolo Stato savoiardo che, non avendo risorse economiche e militari per fare le sue guerre, dovette vendere alla Francia Nizza e la Savoia, ed era in procinto di vendere anche la Sardegna se non fosse stato fermato dall’Inghilterra che temeva un più forte dominio della Francia nel bacino mediterraneo. In Piemonte, infatti, il sistema sociale ed economico era ben povera cosa. Vi erano solo alcune Casse di risparmio e le istituzioni più attive erano i Monti di Pietà. Insomma esistevano solo delle piccole banche e banchieri privati, generalmente d’origine straniera, che assicuravano il cambio delle monete al ridotto mercato piemontese. In Lombardia non c’era alcuna banca di emissione e le attività commerciali riuscivano ad andare avanti solo perché operava la banca austriaca. E tutto questo già da solo dovrebbe rendere evidente che prima dell’invasione del Sud, al nord non potevano esserci vere industrie, nè vi poteva essere un grande commercio, nè i suoi abitanti erano ricchi ed evoluti, come afferma la storiografia ufficiale. Per il Piemonte, dunque, il problema più urgente era quello di evitare il collasso economico, dato il suo disastroso bilancio, e l’unico modo per venirne fuori era quello offertogli da Inghilterra e Francia che gli promettevano il loro appoggio per l’annessione dei prosperi e ricchi territori delle Due Sicilie e degli altri piccoli Stati della penisola italiana

In tale quadro, con l’appoggio attivo degli Inglesi e quello piu subdolo dei Francesi ci fu lo sbarco in Sicilia da parte di Garibaldi che risalendo la penisola entrò a Napoli il 7 settembre del 1861 e il 26 ottobre del 1860 si incontrò a Teano , sul fiume Volturno, con l’esercito di Vittorio Emanuele II; Tutto questo é raccontato dalla storiografia Ufficiale, che invece omette di precisare che tali eventi significarono non la rinascita ma la distruzione del meridione, con la presa di potere da parte di mafiosi e camorristi che lo stato sabaudo utilizzava per avere il controllo sul territorio, non lesinando loro incarichi prefettizi e di polizia, che la guerra appena condotta non era affatto una guerra di liberazione ma di conquista e sopraffazione come ci raccontano gli eventi appena dopo questi fatti, come la distruzione di poveri paesi contadini come Pontelandolfo e Casalduni, dove i bersaglieri fecero carne di porco, violentarono donne e trucidarono donne e bambini poi incendiarono e rasero al suolo i paesi. E questi non furono i soli ,bombardarono e distrussero Mola di Gaeta, fucilavano contadini senza processo con la scusa della lotta al brigantaggio ed il tutto in esecuzione degli ordini del Generale Piemontese Cialdini a cui ancora oggi sono intitolate, con grande vergogna da parte di chi conosce la storia, strade e piazze .I piemontesi loro la guerra la vinsero e dunque poterono commettere tali scempi senza essere condannati commettendo esattamente le stesse atrocità di cui i Nazisti si macchiarono a Marzabotto. Poterono esercitare il diritto di saccheggio delle città Meridionali come i Lanzichenecchi a Roma, e in nome dell’Unità d’Italia poterono stuprare le donne dei contadini.

Intorno a quel fatidico 1861 si andava affermando l’idea di “nazione italiana” in base alla quale idea, il Regno dei Borbone rappresentava una terra abitata da “esseri primitivi” … e che si dovesse operare chirurgicamente nel territorio, “contro” il meridione, che in quell’ottica (razzista) rappresentava una “negazione vivente”, un regresso o “piaga sociale” che necessitava di essere corretta e moralizzata, con una speciale “medicina” offerta dai “liberatori” ” In questo teatrino inventato appositamente (per scrollarsi i debiti che il Regno di Sardegna aveva contratto con Francia ed Inghilterra), la “lotta al brigantaggio“, divenne il verbo per la liberazione dal malessere meridionale. Dal 1861 questa è stata la versione diffusa in ogni testo scolastico, La lotta ai Briganti; Chi erano costoro? La storiografia ufficiale li descrive come briganti e tagliagole, gli studiosi più attenti sanno che erano , almeno in questo periodo storico, invece ,partigiani del governo legittimo di due Sicilia e nelle loro file si trovano i contadini spogliati delle loro terre, gli uomini di quelle donne violentate dai bersaglieri piemontesi del generale Cialdini, degno progenitore di Kappler (onta su di loro e su chi nasconde la verità), soldati dell’esercito borbonico, guidati da sottufficiali e Ufficiali, e molti entrati a far parte delle leggende popolari del meridione:Ninco Nanco Carmine crocco, Michelina de Cesare .

Ecco cosa dicevano del Brigantaggio i padri Gesuiti della “Civiltà Cattolica”: «Questo che voi chiamate con nome ingiurioso di Brigantaggio non è che una vera reazione dell’oppresso contro l’oppressore, della vittima contro il carnefice, del derubato contro il ladro, in una parola del diritto contro l’iniquità. L’idea che muove cotesta reazione è l’idea politica, morale e religiosa della giustizia, della proprietà, della libertà».

Quanto raccontato per dire che L’Unità d’Italia non si ottenne senza sangue e sofferenza ma fu una vera guerra di colonizzazione che spogliò, il meridione di tutte le sue ricchezze che furono trasferite al nord ed in questo preciso istante nacque la questione meridionale con la quale si indica quel processo di povertà disoccupazione e miseria che investi la gente del sud colonizzata dai Piemontesi e dominata dai camorristi di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze. Ho raccontato queste cose perché non è attraverso la menzogne che si costruisce una nazione e il futuro dei nostri giovani, ma attraverso la storia e la verità e vorrei concludere citando le parole che Francesco II di Borbone disse ai suoi ministri nel momento del Congedo: Io sono napoletano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatrioti. Qualunque sarà il suo destino, prospero o avverso, serberò sempre per essi forti e amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini

palazzo reale di Napoli

Palazzo reale di Caserta e quello di…….

Torino

L’unification de l’Italie vue par un révolutionnaire napolitain.

L’historiographie officielle écrite par les Risorgimentalistes qui ont finalement gagné la guerre et eu le droit de parler, nous a toujours racconté d’une guerre de libération menée par le Royaume de Sardaigne contre les Bourbons de Naples pour la libération de leur peuple esclave, pauvre et soumis.

Il est évident que les historiens d’État disent leur vérité qui ne correspond pas toujours à la réalité qui nous montre comment des faits malheureux se sont produits au cours de ces événements qui valent la peine d’être connus. Pour commencer, l’idée de l’Italie “Unita” a ses racines dans le mouvement politique “appelé le Risorgimento” un mouvement idéologique et littéraire qui culminera, en 1861, avec l’unification de l’Italie. Il s’agit en fait d’un mouvement complexe, aux âmes multiples, que les historiens ont interprété de différentes manières. Le Risorgimento est le résultat de l’activité de nombreux politiciens, penseurs, conspirateurs et patriotes. Tout le monde n’aspirait pas au même but : quelqu’un imaginait une Italie républicaine, quelqu’un une confédération d’États unis sous l’autorité du pape, à la fin l’unification de l’Italie suivra la voie d’une monarchie libérale, celle de la Maison de Savoie pour des raisons contingentes, dues aux intérêts économiques et politiques d’États comme la France et la Grande-Bretagne, surtout, et à la défaite des Autrichiens contre la coalition Vittorio Emanuele II / Napoléon III qui, vers 1860, provoqua d’importants changements territoriaux plaçant la Vénétie et la Lombardie sous le dominion du Royaume de Sardaigne qui en échange donna le Duché de Nice à Napoléon III.

L’éventualité était donc en faveur de Vittorio Emanuele tentant également d’annexer le Royaume des Deux-Siciles après la Lombardie et la Vénétie, même si ,en dessous, les Français auraient voulu leur propre prince (le dernier descendant de la maison Murat).

De fait, l’annexion du royaume de Naples représentait une grande affaire pour les aspirants libérateurs, qu’ils soient français anglais ou sardes/piémontais.En 1860 la population du royaume des Deux-Siciles était d’un peu plus de 9 millions d’habitants. être considéré dans le domaine économique en premier lieu en Italie et troisième en Europe.
La monnaie circulant dans les Deux-Siciles était égale à 443,2 millions de lires, soit plus du double de celle de toutes les autres pièces circulant dans la péninsule italienne.
Pour faire une comparaison, on peut considérer que le Piémont ne possédait que 20 millions de lires.
Cela avait été le résultat de lois prévoyantes qui avaient réglementé les importations et les exportations dans le but précis de favoriser la naissance de l’industrie, en dosant de manière appropriée les droits de douane et les mesures fiscales.
En effet, depuis 1818, l’industrie textile (soie, coton et laine) et l’industrie mécanique étaient les deux principaux secteurs moteurs de l’économie des deux Sicile, à tel point que de nombreux étrangers trouvèrent opportun d’investir dans le Royaume.

Usine de soie a San Leucio Caserta

Le revenu par habitant était presque égal à la moyenne italienne, pour un total de 275 millions de ducats par an.
En ce qui concerne la vie économique, il faut dire que les prix étaient extrêmement stables et que le gouvernement veillait toujours à assurer à la fois une activité productive rentable et des salaires adaptés au contexte socio-économique.
L’émigration était très rare, car le chômage était très limité.

Le secteur agricole a donné un excédent de ressources alimentaires qui étaient donc disponibles à la fois pour le travail industriel et pour l’augmentation de la population.
En parlant d’agriculture, il faut dire que l’histoire d’un propriétaire terrien du Sud avec les Bourbons est un conte de fées.
Les grands domaines du Sud se sont formés avec l’arrivée des Piémontais, qui ont vendu à leurs collaborateurs toutes les terres domaniales volées aux paysans qui les utilisaient à des fins civiques depuis des centaines d’années. La CAMPANIE en 1860 était la région la plus industrialisée d’Europe, en particulier la région napolitaine, le long de l’axe Caserte – Salerne.
Il y avait à la fois le grandiose Opificio di Pietrarsa où étaient produits des moteurs à vapeur, des locomotives, des wagons et des voies ferrées, et les célèbres chantiers navals parmi les meilleurs d’Europe, des usines d’armes et d’outils, chimiques – pharmaceutiques et la production de papier, verre, tannage et le cuir, l’alimentation, la céramique et les matériaux de construction.

La production de soie de S. Leucio était prestigieuse.
Il existe également de nombreuses usines d’instruments techniques, de montres, de balances, et bref toute une myriade d’usines plus petites, dans les domaines d’activité les plus variés, réparties géographiquement sur tout le territoire.Le Royaume, dans ces années-là, avait donc une économie forte, avec une monnaie stable et solide, mais il n’avait pas une armée forte

Le 1er ministre du Royaume de Sardaigne était Camillo Benso comte de Cavour. Le mysticisme du Risorgimento nous a habitués à considérer Cavour comme le père du Risorgimento, un génie de la politique. En fait, en tant que franc-maçon, il n’était pas indifférent, comme Garibaldi, aux influences maçonniques anglaises (et il n’y a rien de mal à être franc-maçon), mais la plupart de ses décisions n’étaient rien de plus que des exécutions des “suggestions” orchestrées par Londres. L’Angleterre, en ce qui concerne la Méditerranée en particulier, a poursuivi sa propre stratégie politique complexe qui s’est développée en plusieurs phases. Elle a commencé par la prise de Gibraltar et, en 1800, de Malte, qui appartenait aux Deux-Siciles, profitant des troubles provoqués par les guerres de Napoléon. Puis, vers 1850, en prévision de l’ouverture du canal de Suez, il lui devient indispensable de dominer la Méditerranée afin de pouvoir se connecter facilement avec ses colonies. Pour cette raison, ses principaux objectifs étaient l’élimination de la Russie de la Méditerranée, contre laquelle il déchaîna la guerre de Crimée victorieuse en 1853, et la réduction de l’influence politique de la France en Méditerranée. Le facteur déterminant qui a poussé l’Angleterre à initier les changements dans la structure politique de la péninsule italienne ont été les accords commerciaux entre les Deux-Siciles et l’Empire russe, qui avait commencé à naviguer sa flotte en Méditerranée, ayant comme base de Je soutiens le ports des Deux-Siciles. La France, à son tour, a voulu renforcer son influence sur la péninsule italienne, à la fois avec son protectorat sur l’État pontifical, et avec son propre projet de placer un prince français aux Deux-Siciles.

Pour atteindre ces objectifs, les deux puissances utilisèrent le petit État savoyard qui, n’ayant pas de ressources économiques et militaires pour mener ses guerres, devait vendre Nice et la Savoie à la France, et s’apprêtait à vendre aussi la Sardaigne s’il n’était pas arrêté de l’Angleterre qui craignait une domination plus forte de la France dans le bassin méditerranéen. En fait, dans le Piémont, le système social et économique était très pauvre. Il n’y avait que quelques caisses d’épargne et les institutions les plus actives étaient les Monti di Pietà. Bref, il n’y avait que de petites banques et des banquiers privés, généralement d’origine étrangère, qui assuraient l’échange des pièces vers le petit marché piémontais. En Lombardie, il n’y avait pas de banque émettrice et les activités commerciales n’ont pu se poursuivre que parce que la banque autrichienne fonctionnait. Et tout cela seul devrait faire comprendre qu’avant l’invasion du Sud, il ne pouvait y avoir de véritables industries dans le Nord, ni beaucoup de commerce, ni ses habitants riches et évolués, comme l’affirme l’historiographie officielle. Pour le Piémont, donc, le problème le plus urgent était d’éviter l’effondrement économique, compte tenu de son budget désastreux, et le seul moyen d’en sortir était celui que lui offraient l’Angleterre et la France, qui lui promettaient leur soutien à l’annexion des territoires prospères et riches des Deux-Siciles et des autres petits États de la péninsule italienne

Dans ce contexte, avec le soutien actif des Anglais et le plus subtil des Français, il y eut le débarquement en Sicile de Garibaldi qui, remontant la péninsule, entra à Naples le 7 septembre 1861 et le 26 octobre 1860 il rencontra à Teano , sur le fleuve Volturno, avec l’armée de Vittorio Emanuele II; Tout cela est raconté par l’historiographie officielle, qui omet au contraire de préciser que ces événements signifiaient non pas la renaissance mais la destruction du sud, avec la prise du pouvoir par la mafia et la Camorra que l’État savoyard contrôlait autrefois le territoire, n’épargnant pas leurs fonctions préfectorales et policières, que la guerre qui vient d’être menée n’était pas du tout une guerre de libération mais de conquête et d’oppression comme nous le disent les événements qui ont suivi ces événements, comme la destruction de villages paysans pauvres comme Pontelandolfo et Casalduni, où les Bersaglieri ils ont fait du porc, violé des femmes et massacré des femmes et des enfants, puis brûlé et rasé les villages. Et ce n’étaient pas les seuls, ils ont bombardé et détruit Mola di Gaeta, ils ont fusillé des paysans sans procès sous prétexte de la lutte contre le banditisme et le tout en exécution des ordres du général piémontais Cialdini à qui ils portent encore aujourd’hui le nom, avec grande honte de la part de ceux qui connaissent l’histoire, les rues et les places.

Les Piémontais ont gagné la guerre et ont donc pu commettre de tels ravages sans être condamnés en commettant exactement les mêmes atrocités que les nazis ont commises à Marzabotto. Ils ont pu exercer le droit de piller les villes du sud comme les Lanzichenecchi à Rome, et au nom de l’unification de l’Italie, ils ont pu violer les paysannes. Autour de ce fatidique 1861 s’affirmait l’idée d’une “nation italienne” sur la base de laquelle l’idée, le Royaume des Bourbons représentait une terre habitée par des “êtres primitifs”… et qu’il fallait opérer chirurgicalement dans le territoire, “contre” le sud, qui dans cette perspective (raciste) représentait une “négation vivante”, une régression ou un “fléau social” qu’il fallait corriger et moraliser, avec un “médicament” spécial offert par les “libérateurs » « Dans ce petit théâtre inventé spécialement (pour secouer les dettes que le Royaume de Sardaigne avait contractées avec la France et l’Angleterre), la « lutte contre le banditisme », devint le mot de libération du malaise méridional. Depuis 1861, c’est la version répandue dans tous les manuels scolaires, La lutte contre les brigands ; Qui étaient-ils? L’historiographie officielle les décrit comme des brigands et des égorgeurs, les érudits les plus attentifs savent qu’ils étaient, au moins dans cette période historique, plutôt des partisans du gouvernement légitime des deux Sicile et dans leurs rangs il y a les paysans dépouillés de leurs terres, les hommes de ces femmes violées par les bersaglieri piémontais du général Cialdini, digne géniteur de Kappler (onte sur eux et sur ceux qui cachent la vérité), soldats de l’armée des Bourbons, dirigés par des sous-officiers et des officiers, et beaucoup qui sont devenus partie des légendes populaires du sud : Ninco Nanco Carmine crocco, Michelina de Cesare.

Voici ce que disaient les pères jésuites de la « Civiltà Cattolica » à propos du brigandage : « Ce que vous appelez du nom insultant de brigandage n’est rien d’autre qu’une véritable réaction de l’opprimé contre l’oppresseur, de la victime contre le bourreau, du volé contre le voleur, en un mot de la loi contre l’iniquité. L’idée qui anime cette réaction est l’idée politique, morale et religieuse de justice, de propriété, de liberté”.

Ce qui a été dit pour dire que l’unification de l’Italie ne s’est pas obtenue sans sang et sans souffrance mais ce fut une véritable guerre de colonisation qui a dépouillé le sud de toutes ses richesses qui ont été transférées au nord et à ce moment précis la question du sud est née avec ce qui indique ce processus de pauvreté, de chômage et de misère qui affecte les peuples du sud colonisés par les Piémontais et dominés par la Camorra, dont les conséquences se font encore payer aujourd’hui. J’ai dit ces choses parce que ce n’est pas par le mensonge que se construisent une nation et l’avenir de nos jeunes, mais par l’histoire et la vérité et je voudrais conclure en citant les paroles que François II de Bourbon a dites à ses ministres lors du moment de son départ: je suis napolitain, et je ne pourrais sans regret adresser des mots d’adieu à mes peuples bien-aimés, à mes compatriotes. Quel que soit leur destin, prospère ou adverse, je garderai toujours pour eux des souvenirs forts et affectueux. Je leur recommande l’harmonie, la paix, le caractère sacré des devoirs citoyens.

Appunti sull’immigrazione Italiana in Francia.

Emigranti Italiani degli anni 60

Non é piacevole parlare di emigrazione, immigrazione o qualsivoglia fenomeno migratorio, perché dietro questo termine c’è sempre un fenomeno di disagio sociale che si abbatte su parte della popolazione obbligata dalla forza degli eventi ad abbandonare la propria terra, la propria cultura,le proprie abitudini e spesso la propria famiglia. Le prime migrazioni iniziarono in Italia dopo il 1861 e la causa fu la colonizzazione del Sud da parte del regno di Sardegna (poi divenuto Regno d’Italia) che imponendo pesanti tasse fondiarie sulle terre requisite ai latifondisti e ridistribuite ai contadini in piccole parcelle, fu causa del loro indebitamento, non potendo essi con i limitati raccolti sopportare il peso fiscale del nuovo Stato Unitario, e continuarono poi nel tempo, soprattutto a cavallo delle due guerre mondiali ed all’inizio degli anni 50 fino al 1970 anno in cui a fronte di una recessione economica in Francia ci fu invece uno sviluppo economico nella penisola grazie allo sviluppo dell’industria metalmeccanica (acciaierie), automobilistica e alimentare.

Piu che dell’emigrazione, evento triste e malinconico, a me piace parlare di coloro che parlando del loro paese intendono quel vasto territorio che si estende dalla Bretagna, la Normandia e Parigi e si estende fino a Roma e alla Sicilia;

Già nel Basso Medioevo, gli italiani erano conosciuti in Francia anzitutto come banchieri, provenienti dal Piemonte. A partire dal 1100 questi banchieri detti “lombardi”, come si usava nel medioevo per indicare gli abitanti del nord Italia, si diffusero in Francia. Da allora molti italiani hanno fatto la Francia: dal 1642 fino alla sua morte nel 1661, il cardinale italiano Giulio Mazzarino fu il primo ministro della Francia; dal 1669 fino alla sua morte nel 1712 l’astronomo italiano Giovanni Domenico Cassini fu direttore dell’Osservatorio di Parigi; nel 1761-93 Carlo Goldoni fu responsabile della Theatre Italien a Parigi; i compositori Niccolò Piccinni e Antonio Sacchini furono attivi in Francia durante quegli anni; nel 1787 il matematico torinese Giuseppe Luigi Lagrange si trasferì da Berlino a Parigi e fu nominato senatore dell’impero francese.

In Italia vivono e hanno vissuto Francesi perfettamente integrati che hanno lasciato una traccia importante della loro presenza, Jean Noel Schifano, scrittore ed ex direttore dell’istituto Francese di Napoli, Sylvayn Bellenger Direttore del Museo di Capodimonte a Napoli, I cuochi francesi a Napoli, ispiratori della cucina napoletana, detti Monsu'(dalla storpiatura del termine Monsieur in napoletano) il pittore Jean-Leon Jerome autore di molti dipinti creati durante il suo soggiorno Italiano, per non parlare dell’influenza culturale Francese dei tanti Filosofi illuministi che andavano ben oltre il concetto di Nazione individuando la ragione e l’intelletto come unica Patria del genere umano.

Grande rispetto per quegli uomini e quelle donne che hanno abbandonato il loro mondo per una vita migliore ma sono convinto che attraverso la conoscenza del passato e degli errori compiuti l’essere umano possa migliorare, e porre fine alle discriminazioni le ingiustizie e sofferenze incrociate nel triste cammino dell’emigrazione. Oggi siamo tutti cittadini di un’Europa unita, ciascuno con una propria nazionalità che rappresenta iun arricchimento per ciascuno di noi e dimenticando L’Italia di 50 anni fa, abbracciando la sua modernità attuale, la sua evoluzione i suoi giovani che sono cittadini europei di fiera nazionalità Italiana.

Notes sur l’immigration italienne en France.

Il n’est pas agréable de parler d’émigration, d’immigration ou de tout phénomène migratoire, car derrière ce terme il y a toujours un phénomène de malaise social qui touche une partie de la population forcée par les événements à abandonner sa terre, sa culture, ses habitudes et souvent la famille . Les premières migrations ont commencé en Italie après 1861 et ont pour cause la colonisation du Sud par le Royaume de Sardaigne (qui deviendra plus tard le Royaume d’Italie) qui, en imposant de lourdes taxes foncières sur les terres réquisitionnées aux propriétaires terriens et redistribuées aux paysans dans de petites parcelles, fait que leur endettement ne pouvait supporter la charge fiscale du nouvel État unitaire, puis s’est poursuivi dans le temps, notamment au tournant des deux guerres mondiales et au début des années 1950 jusqu’en 1970 où, face à une récession économique en France d’autre part, il y a eu un développement économique dans la péninsule grâce aux industries métallurgiques (aciéries), automobiles et alimentaires.

Plus que l’émigration, événement triste et mélancolique, j’aime à parler de ceux qui, parlant de leur pays, entendent ce vaste territoire qui s’étend de la Bretagne, de la Normandie et de Paris et s’étend jusqu’à Rome et la Sicile ;

Déjà à la fin du Moyen Âge, les Italiens étaient connus en France d’abord comme banquiers, venus du Piémont. A partir de 1100 ces banquiers appelés “Lombard”, comme on l’utilisait au Moyen Age pour désigner les habitants de l’Italie du Nord, se sont répandus en France. Depuis lors, de nombreux Italiens ont fait la France : de 1642 jusqu’à sa mort en 1661, le cardinal italien Giulio Mazzarino était le premier ministre de la France ; de 1669 jusqu’à sa mort en 1712, l’astronome italien Giovanni Domenico Cassini fut directeur de l’Observatoire de Paris ; en 1761-1793, Carlo Goldoni dirigeait le Théâtre Italien de Paris ; les compositeurs Niccolò Piccinni et Antonio Sacchini étaient actifs en France pendant ces années ; en 1787, le mathématicien turinois Giuseppe Luigi Lagrange quitta Berlin pour Paris et fut nommé sénateur de l’empire français.

Des Français parfaitement intégrés qui ont laissé une trace importante de leur présence en Italie, Jean Noel Schifano, écrivain et ancien directeur de l’institut français de Naples, Sylvayn Bellenger Directeur du Musée Capodimonte de Naples, cuisiniers français de Naples, inspirateurs de la cuisine napolitaine , dit Monsu’ (de la déformation du terme Monsieur en napolitain) le peintre Jean-Léon Jérôme, auteur de nombreux tableaux réalisés lors de son séjour en Italie, sans oublier l’influence culturelle française des nombreux Philosophes des Lumières qui allèrent bien au-delà des concept de nation en identifiant la raison et l’intellect comme la seule patrie de l’humanité.

Grand respect pour ces hommes et ces femmes qui ont abandonné leur monde pour une vie meilleure mais je suis convaincu qu’à travers la connaissance du passé et des erreurs commises, l’être humain peut s’améliorer, et mettre fin aux discriminations, injustices et souffrances traversées en le triste chemin de l’émigration. Aujourd’hui, nous sommes tous citoyens d’une Europe unie, chacun avec sa propre nationalité qui représente un enrichissement pour chacun de nous et oubliant l’Italie d’il y a 50 ans, embrassant sa modernité actuelle, son évolution, ses jeunes citoyens européens de fière nationalité italienne.

Michele Cioce, l’anima dell’associazione Italia Bretagna.

Quando decidemmo, di installarci in Bretagna, spinti da un desiderio libertà e simbiosi con la natura, la prima cosa che ci venne in mente fu quella di ricercare delle persone, delle associazioni che ci potessero dare dei consigli; per puro caso, nel corso della mia navigazione tra i meandri, le trappole ed i trucchi della rete, capitammo sul sito dell’amicale Italia Bretagna, a cui ci rivolgemmo per una forma di sostegno o assistenza morale, forse un incoraggiamento subliminale che ci permettesse di lasciare quello che per noi era il noto, cioè la confusione, lo stress, la diffidenza di Mentone, per l’ignoto che speravamo fosse la tranquillità, la calma , l’accoglienza Bretone. Dopo neppure due ore la mia richiesta di informazioni, la sera stessa, mi telefonò Michele, il “presidentissimo”, che rassicurandoci ci diede appuntamento in Bretagna; Lo incontrammo la prima volta alla stazione di Quimper dove venne ad accoglierci con il suo Fiat ducato dipinto con i colori della sua impresa edilizia e addobbato con i gadget della squadra di calcio, di cui era ed é l’anima, che ha chiamato Italia Quimper e si fa onore nel campionato Regionale Bretone.

Michele Cioce, un uomo grande e grosso in apparenza burbero, ma con un cuore d’oro come lo hanno gli Italiani del Sud. Michele non é un emigrante , ma un cittadino Italiano di nazionalità Barese, che risiede a Quimper per amore di una Bretone da cui ha avuto tre figliole, rigorosamente con passaporto Italiano, che a loro volta gli hanno dato, almeno fino ad ora, sei nipotini, anch’essi con passaporto e nomi Italici.

Michele con la figlia Morgana sono l’anima dell’associazione, non trascurano nessun evento che possa far conoscere la cultura e le capacità Italiane in Francia, organizzando corsi di lingua, attività musicali, teatrali, promuovendo incontri con personaggi di rilievo e guidando la squadra di calcio che accoglie giovani da 12 in su che porta il nome della sua Patria ed i colori azzurri della Nazionale.

Michele non é un’emigrante, é l’ambasciatore d’Italia in Bretagna.

Grazie Michele grazie amico mio.

Michèle Cioce, l’âme de l’association Italie-Bretagne.
Lorsque nous avons décidé de nous installer en Bretagne, poussés par une envie de liberté et de symbiose avec la nature, la première chose qui nous est venue à l’esprit a été de chercher des personnes, des associations qui pourraient nous conseiller ; par pur hasard, lors de ma navigation parmi les méandres, pièges et ruses du net, nous sommes tombés sur le site de l’amicale Italie Bretagne, vers laquelle nous nous sommes tournés pour une forme de soutien moral ou d’assistance, peut-être un encouragement subliminal qui nous permettrait quitter ce qui pour nous était le connu, c’est-à-dire la confusion, le stress, la méfiance de Menton, pour l’inconnu que nous espérions être la tranquillité, le calme, l’accueil breton. Moins de deux heures après ma demande d’information, le soir même, Michèle, la « presidentissimo », me téléphone, nous rassure et nous donne rendez-vous en Bretagne ; Nous l’avons rencontré pour la première fois à la gare de Quimper où il est venu nous accueillir avec son Fiat ducato peint aux couleurs de son entreprise de construction et décoré des gadgets de l’équipe de foot, dont il était et est l’âme, qu’il à appelé Italia Quimper et est honoré dans le championnat régional breton.
Michèle Cioce, un grand homme d’apparence bourrue, mais au cœur d’or comme en ont les Italiens du Sud. Michèle n’est pas une émigrée, mais une citoyenne italienne de nationalité Bari, qui vit à Quimper par amour d’un Breton avec qui il avait trois filles, strictement avec des passeports italiens, qui à leur tour lui ont donné, au moins jusqu’à présent, six petits-enfants, également avec des passeports et des noms en italique.

Michele avec sa fille Morgana sont l’âme de l’association, ils ne négligent aucun événement pouvant faire connaître la culture et les compétences italiennes en France, organisant des cours de langue, des activités musicales et théâtrales, favorisant les rencontres avec des personnalités éminentes et guidant l’équipe de football qui accueille des jeunes à partir de 12 ans qui porte le nom de son pays natal et les couleurs bleues de l’équipe nationale. Michèl n’est pas une émigré, lui est l’ambassadeur d’Italie en Bretagne.

Merci mon ami.

ICHNUSA l’isola dell’anima.

L’âme est un état d’être et Ichnusa a représenté l’état de mon âme pendant toutes les années que j’y ai passées : tranquillité, sérénité, chaleur, amitié, et maintenant que je l’ai quittée, la nostalgie m’étreint chaque fois que je regarde vers le sud, vers ma chère Sardaigne ou, pour les anciens, vers Ichnusa.

Ichnusa, l’empreinte de Jupiter (du grec Ιχνθσσα, empreinte) car la légende veut qu’elle ait été créé par Zeus écrasant des pierres sous la plante de son pied, donnant à l’île sa forme actuelle.

Vivre en Sardaigne signifie être en symbiose avec cette terre, connaître ses origines, son histoire, ses habitants, la respecter, ne pas défigurer sa nature, ses côtes et sa mer, mais en faire partie.

L’histoire de la Sardaigne est encore mystérieuse, riche en constructions néolithiques, très proches de celles des Pitii, un peuple protoceltique d’Écosse, qui partageait avec les Sardes d’il y a 2000 ans, de nombreuses liturgies, dont la structure matriarcale de la société : le Menhir, le Dolmen et surtout ces tours circulaires connues en Sardaigne sous le nom de Nuragi et en Pitia (l’actuelle Écosse) sous le nom de Dan ou Broch ; en outre, dans la langue des Pitii, qui n’est en aucun cas une langue indo-européenne, le terme SARDAN indique une tour sur l’eau courante.

craigh na dun en Ecosse
Tombes des géants à Arzachena

Les Pitii arrivèrent en Sardaigne par la mer et prirent possession de cette terre : ils l’habitèrent, la colonisèrent, y vécurent, commencèrent à introduire certaines des traditions de leur lointaine patrie, l’élevage du bétail, de nouveaux instruments de musique jusqu’à ce que, enfants de l’âge du bronze, ils soient submergés par les peuples de la mer, féroces et déterminés, qui, vers 1300 avant J.-C., avec leurs armes de fer, commencèrent à y vivre. Ces populations,, avec leurs armes en fer, même s’ils étaient de plus petite taille, ont écrasé et remplacé les Pitii qui, en tant que mercenaires, et connus sous le nom de Sardhana, avaient également servi dans la garde royale des pharaons d’Égypte ; Et que les Protosardi étaient de plus grande taille que les Sardes de l’âge classique est bien démontré par les dimensions des espaces internes des Nuraghi, en particulier celui de Barumini. Les premiers à arriver en Sardaigne, parmi les peuples de la mer, furent les Phéniciens, qui débarquèrent à une quinzaine de kilomètres au sud de Cagliari, à Nora, qui devint une ville phénicienne, comme en témoigne la stèle retrouvée sur place

Broch ou Dan Ecossai.
Nuraghe Sarde

Après les Phéniciens, il y eut les Carthaginois qui, sous la direction du général Amsicora, Sarde de naissance, s’opposèrent de toutes leurs forces à la conquête romaine, sans y parvenir, et firent partie de l’Empire romain jusqu’en 470 après J.-C., date à laquelle ils furent envahis par les Vandales d’Afrique, qui régnèrent pendant environ 80 ans jusqu’à ce que Justinien et Bélisaire la réunissent à l’Empire romain d’Orient.

Avec le début de l’expansion islamique, vers 700, et l’occupation de la Sicile par les Arabes, les contacts avec Byzance deviennent difficiles et les Sardes se retrouvent isolés et à la merci des raids barbares. Il fallut donc faire de la nécessité une vertu, et les fonctionnaires byzantins présents sur l’île s’organisèrent de manière autonome, créant quatre Etatsj indépendantes (Giudicati) sur l’île (Cagliari, Arborea, Logudoro et Gallura) régies par des juges (iudikes), fonctionnaires royaux byzantins expérimentés, organisés administrativement et socialement de manière autonome.

Au début du Moyen Âge et vu l’intérêt que portent à la Sardaigne les puissantes républiques maritimes de Gênes et de Pise, les Giudicati finissent par perdre leur autonomie et la Sardaigne suit le sort de l’Europe dans son ensemble et de la République de Gênes jusqu’au nouvel ordre post-napoléonien avec la cession de l’île aux Savoie, qui deviennent les rois de Sardaigne. Le reste est de l’actualité ou presque.

Instruments Sardes d’àrigin écossais Launeddas.



ICHNUSA l’isola dell’anima.

L’anima è uno stato dell’essere e Ichnusa ha rappresentato per tutti gli anni che io ci ho passato lo stato della mia anima: tranquillità, serenità, calore, amicizia, ed ora che l’ho lasciata la nostalgia mi abbraccia ogni qualvoltaa rivolgo lo sguardo verso sud , verso la mia adorata Sardegna o, per gli antichi, Ichnusa.

Ichnusa, l’orma di Giove (dal greco Ιχνθσσα, orma) perchè narra la leggenda che essa fu creata Zeus che schiaccio’ delle pietre sotto la pianta del suo piede dando all’isola l’attuale forma.

Vivere la Sardegna vuol dire essere in simbiosi con questa terra, conoscere le sue origini, la sua storia, la sua gente, rispettarla, non deturpando, la natura,le sue coste e il suo mare ma essere parte di essa.

La storia della Sardegna resta ancora misteriosa, ricca di costruzioni neolitiche, molto prossime a quelle dei Pitii, popolo protoceltico della Scozia, che condivideva con i sardi di 2000 anni fa, molte liturgie,tra cui la struttura matriarcale della Società: i Menhir i Dolmen e sopratutto quelle torri circolari note in Sardegna come Nuragi e in Pitia (l’attuale Scozia) come dan o Broch; inoltre nella lingua dei Pitii che non è assolutamente una lingua Indoeuropea il termine SARDAN indica torre sull’acqua che scorre

nuraghe sardo

Broch o Dan scozzese.

tomba dei giganti nei pressi di Arzachena

craigh na dun in Scozia

I Pitii in Sardegna arrivarono via mare, e presero possesso di quella terra: l’abitarono, la colonizzarono, la vissero, iniziarono ad introdurre alcune tradizioni della loro terra lontana, l’allevamento del bestiame , nuovi strumenti musicali fino a quando, essi figli dell’età del bronzo, non furono sopraffatti dai feroci e determinati popoli del mare che attorno al 1300 a.C, con le loro armi in ferro, anche se più piccoli di statura, sopraffecero e sostituirono i Pitii i quali, come mercenari, e noti come Sardhana, avevano servito anche nella guardia reale dei Faraoni d’Egitto; E che i protosardi fossero di corporatura piu grande dei Sardi dell’età classica è ben dimostrato dalle dimensioni degli spazi interni dei Nuraghi, sopratutto da quello di Barumini. I primi ad arrivare in Sardegna , fra i popoli del mare, furono i Fenici che sbarcarono a una quindicina di Km a sud di Cagliari, a Nora, che divenne città fenicia come dimostrata dalla stele ivi ritrovata.

STELE DI NORA

Dopo,i fenici ci furono i Cartaginesi che alla guida dal generale Amsicora, Sardo di nascita si opposero con tutte le forze alla conquista Romana, senza riuscirci e rimasero parte dell’impero Romano, fino al 470 dc; quando subirono l’invasione da parte dei Vandali d’Africa che regnarono per circa 80 anni fino a quando Giustiniano e Belisario non la riunirono all’impero Romano d’oriente.

Con l’inizio dell’espansione Islamica, verso il 700, e con l’occupazione della Sicilia da parte degli Arabi, divennero difficili i contatti con Bisanzio ed i Sardi si trovarono isolati e alla mercé delle scorrerie barbaresche. Fu dunque fatta di necessità virtú, ed i funzionari bizantini presenti nell’isola si organizzarono autonomamente, creando nell’isola quattro giudicati indipendenti,(Cagliari, Arborea, Logudoro e Gallura) governati da Giudici (iudikes), esperti funzionari regi bizantini, organizzati amministrativamente e socialmente in modo autonomo.

Nell’alto medioevo e con l’interesse per la Sardegna delle potenti repubbliche marinare di Genova e Pisa i Giudicati finirono per perdere la loro autonomia e la Sardegna segui le sorti dell’Europa intera e della repubblica di Genova sino al nuovo ordine post Napoleonica con l’assegnazione dell’ Isola ai Savoia che divennero i re di Sardegna. Il resto é attualità o quasi.

Launeddas e cornamuse sarde

Superleague ou Charabia

Cela fait quelques jours que tout et le contraire de tout s’est produit, que des hurlements et des miaulements se sont élevés de chaires improvisées, maintenant que le jeu est presque terminé (parce qu’il ne l’est pas encore) il est peut-être possible d’avoir un aperçu plus clair des événements.

Se remplir la bouche du mot sport et du mérite sportif est peut-être trop pour la planète football, qui depuis Blatter et Platini s’est orientée de plus en plus vers le profit et les affaires, permettant à des fonds d’investissement, à des holdings américains, chinois, arabes et russes d’entrer sur la planète football, certains avec l’intention de garantir d’importants retours économiques à leurs actionnaires, d’autres pour conquérir d’importants marchés, d’autres pour chercher des ouvertures politiques, d’autres simplement pour recycler le produit d’une richesse pas vraiment transparente. Il est clair que les mécènes n’existent plus, aujourd’hui on verrait avec compassion des gens comme Viola, Ferlaino, Moratti, Rozzi, Berlusconi lui-même, et bien d’autres, des propriétaires de clubs qui ont investi leur passion dans des clubs pour souvent réaliser leurs ambitions narcissiques mais sans avoir de réels retours économiques.

Dans ce contexte, n’étant plus des passionnés ou des mécènes, mais simplement des structures commerciales, les différentes propriétés ont pour objectif premier les profits, effondrés de façon dramatique en raison de la crise sanitaire et du manque de capacité d’innovation des associations qui se targuent du monopole de l’organisation des événements et qui, comme tous les monopoles, ont profité, usé et abusé de leurs clients (les clubs de football) avec des politiques démagogiques et hypocrites, tendant à attirer la sympathie du consommateur par l’organisation de foires de pays (Nation League, UEFA Cup, Grandfather’s Cup) dans lesquelles il peut y avoir des matchs entre l’Allemagne et Saint-Marin, entre le Real Madrid et l’Apoel Nicosia, qui n’ont rien de spectaculaire, et puisque le football aujourd’hui est avant tout une industrie du spectacle et du divertissement, il est nécessaire d’attirer l’intérêt des utilisateurs finaux par de grands événements qui peuvent être bien organisés par une confindustria du football et non par une coopérative de pays présidée par le châtelain du pays (UEFA). On doit au châtelain de service, ébloui par les pétrodollars, si la prochaine Coupe du monde aura lieu au Qatar en 2022, à la période de Noël (pour éviter les 50 degrés à l’ombre en juin). En outre, on ne voit pas comment, dans une Europe de marché libre, l’organisation d’événements sportifs peut être empêchée par des organismes extérieurs à l’UEFA qui, dans un régime de marché libre, ne peut avoir le monopole du parrainage d’événements sportifs, ni empêcher les clubs d’être des entrepreneurs, conformément aux règles économiques européennes. On ne peut s’empêcher de sourire devant la menace de la FIGC d’exclure des championnats les clubs promoteurs de la super ligue qui, par coïncidence, sont la Juve, le Milan et l’Inter, qui à eux seuls valent 50% de toute la Serie A.

A la fin de l’histoire, je me demande si, dans un monde du football professionnel organisé en société par actions, où la finalité de l’entreprise est économique, et ou 80% des clubs sont surendettés, les clubs de football de Serie A peuvent sérieusement renoncer à l’apport économique en termes de chiffre d’affaires de Milan, de la Juve et de l’Inter, ou si leurs protestations ne ressemblent pas plutôt aux aboiements d’une meute de chiens empêchés d’atteindre un os.

Certaines personnes bien-pensantes objecteront que cela rend les riches plus riches et les pauvres plus pauvres, mais elles oublient que nous vivons dans une société capitaliste.

En rugby, la super ligue existe depuis des années (Top 14), de même qu’en basket-ball et aucun hurlement ne s’est jamais élevé vers le ciel. Il est normal que les fédérations nationales et l’UEFA fassent tout ce qu’elles peuvent pour empêcher la naissance d’une nouvelle entreprise concurrente (la super ligue) qui aurait un impact négatif sur leur chiffre d’affaires, mais les entreprises (source : football et finance) qui étaient endettées au 30 juin de l’année dernière, comme l’Inter pour 245 millions, la Juve pour 385 millions, Milan pour 103 millions et la Roma elle-même (hors projet pour le moment) pour 300 millions, ne renonceront pas si facilement à leur initiative, surtout si elle est, comme il semble, source de richesse. Non, le jeu n’est pas terminé, nous allons voir de bonnes choses.

SUPERLEAGUE OR Senseless talk

A few days have passed since everything and the opposite of everything has happened, since howls and meows have been raised from improvised pulpits, now with the game almost over (because it is not over yet) it is perhaps possible to have a clearer outline of the events.

Filling one’s mouth with the word “sport” and “sporting merit” is perhaps too much for the planet of soccer, which from Blatter and Platini onwards has been increasingly oriented towards profit and business, allowing investment funds, American, Chinese, Arab and Russian holdings to enter the football planet, some with the intention of guaranteeing important economic returns for their shareholders, others to conquer important markets, others to seek political openings, others simply to recycle the product of not exactly transparent wealth. It is evident that patrons of the arts no longer exist. Today, people such as Viola, Ferlaino, Moratti, Rozzi, Berlusconi himself, and many others, would be looked upon with compassion, owners of clubs who invested their passion in the clubs in order to realize their narcissistic ambitions without having real economic returns.

In this context, no longer passionate or patrons, but simply business structures, the various properties have as their primary objective the profits, collapsed dramatically due to the health crisis and lack of innovative capacity of the associations that boast the monopoly of the organization of events and that like all monopolists have profited, used and abused their customers (football clubs) with demagogic and hypocritical policies, tending to attract the sympathies of the consumer through the organization of country fairs (Nation League, UEFA Cup, Grandfather’s Cup) in which matches between Germany and San Marino, between Real Madrid and Apoel of Nicosia can be expected to have nothing spectacular and since today soccer is above all the entertainment industry, it is necessary to attract the interest of end users through major events that can be well organized by a confederation of football and not by a cooperative country chaired by the squire of the country (UEFA). We owe it to the country squire on duty, dazzled by petrodollars, if the next World Championships will be held in Qatar in 2022 at Christmas time, (to avoid the 50 degrees in the shade of June). In addition, it is hard to see how, in a free market Europe, the organization of sporting events can be legitimately prevented by bodies outside UEFA which, in a free market regime, cannot have a monopoly on the sponsorship of sporting events, nor prevent clubs from being entrepreneurs, in accordance with European economic norms. We can’t help but smile at the FIGC’s threat to exclude from the championships the clubs promoting the super league that, coincidentally, are Juve, Milan and Inter, which alone are worth 50% of the entire Serie A.

At the end of the story, I wonder if in a world of professional soccer organized by joint stock companies, where the corporate purpose is economic, and where 80% of companies suffer from over-indebtedness, Serie A football clubs can seriously give up the economic contribution in terms of turnover of Milan, Juventus and Inter, or rather their protests do not resemble the barking of a pack of dogs prevented from reaching a bone.

Some well-thinking people will object that in this way the rich get richer and the poor get poorer, but they forget that we live in a capitalist society.

In rugby the super league has existed for years (Top 14), as well as in Basketball and no howling has ever risen to the sky. It is normal that the national federations and UEFA do everything possible to prevent the birth of a new competing enterprise (the super league) that would have a negative impact on their turnover, but companies (source: soccer and finance) that were in debt on June 30th last year, such as Inter for 245 million, Juve for 385 million, Milan for 103 million and Roma for 300 million, will not give up their initiative so easily, especially if this will be, as it seems, a source of wealth. No, the game is not over, we will see some good things.

Superlega o supercazzola?

E’ passato qualche giorno da quando è successo tutto e il contrario di tutto, da quando da pulpiti improvvisati si sono levati ululati e miagolii, ora a bocce quasi ferme (perché non è ancora finita) è forse possibile avere un contorno più netto degli avvenimenti.

Riempirsi la bocca con la parola sport e merito sportivo è forse troppo per il pianeta calcio che da Blatter e Platini in poi é stato sempre più orientato verso il profitto e il business consentendo l’accesso nel pianeta football di fondi di investimento, holding americane , cinesi, arabi, russi, chi con l’intento di garantirsi ritorni economici importanti per gli azionisti, chi di conquistarsi mercati importanti, chi di cercare aperture politiche, chi semplicemente per riciclare il prodotto di ricchezze non proprio trasparenti. E’ evidente che i mecenati non esistono più, oggi personaggi come Viola, Ferlaino, Moratti,Rozzi,Berlusconi stesso, e tanti altri, sarebbero visti con compassione, proprietari di club che investivano la loro passione nei club per realizzare spesso loro ambizioni narcisistiche ma senza avere veri ritorni economici .

In tale quadro, non essendo più dei passionali o dei mecenati, ma semplicemente delle strutture d’affari, le varie proprietà hanno come obbiettivo primario i profitti , crollati clamorosamente a causa della crisi sanitaria e della mancata capacità innovativa delle associazioni che vantano il monopolio dell’organizzazione delle manifestazioni e che come tutti i monopolisti hanno profittato, usato ed abusato dei loro clienti, (club calcistici) con politiche demagogiche ed ipocrite, tendenti ad attirarsi le simpatie del consumatore attraverso l’organizzazione di fiere di paese ( Nation league, coppa uefa, coppa del nonno) in cui possono essere previste partite tra Germania e San Marino, tra Real Madrid e Apoel di Nicosia che di spettacolare hanno niente e poiché oggi il calcio è sopratutto industria dello spettacolo e dell’intrattenimento, è necessario richiamare l’interesse degli utenti finali attraverso grandi eventi che possono essere ben organizzati da una confindustria del pallone e non da una cooperativa paesana presieduta dal signorotto di paese (UEFA) . Si deve al signorotto di paese di turno, abbagliato dai petrodollari, se i prossimi Campionati del mondo si svolgeranno in Qatar nel 2022 in periodo natalizio, (per evitare i 50 gradi all’ombra del mese di Giugno) . Inoltre non si vede legittimamente come in un Europa di libero mercato possono essere impedite le organizzazioni di eventi sportivi da parte di organismi esterni alla UEFA che, in un regime di libero mercato, non può avere il monopolio del patrocinio di eventi sportivi, né impedire ai club di essere imprenditori, nel rispetto delle norme economiche Europee. Non può non farci sorridere la minaccia della FIGC di escludere dai campionati i club promotori della superleague che, guarda caso, sono Juve, Milan e Inter che da soli valgono il 50 per cento dell’intera serie A.

Alla fine della storia io mi domando se in un mondo del calcio professionistico organizzato per società per azioni, dove il fine societario è economico, e dove l’80 per cento delle società soffre di sovraindebitamento, i club calcistici della serie A possano seriamente rinunciare all’apporto economico in termini di fatturato di Milan, Juve e Inter o piuttosto le loro proteste non assomiglino piuttosto all’abbaiare di una muta di cani impedita a raggiungere un osso.

Qualche ben pensante obbietterà che in questo modo i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri , ma dimenticano che noi viviamo in una società capitalista.

Nel rugby la super league esiste da anni ( Top 14°), cosi come nel Basket e nessun ululato si è mai levato al cielo. E’ normale che le Federazioni nazionali e la Uefa facciano di tutto per impedire la nascita di una nuova impresa concorrente (la superleague) che inciderebbe in negativo sui loro fatturati ma società (fonte calcio e finanza) indebitate al 30 giugno scorso come l’Inter per 245 milioni, la Juve per 385 milioni, il Milan per 103 milioni e e la stessa Roma5al di fuori per ora dal progetto),per 300 milioni, non rinunceranno alla loro iniziativa tanto facilmente, sopratutto se questa sarà come sembra, apportatrice di ricchezza. No, la partita non è finita, ne vedremo delle belle.

Une promenade à travers les siècles à Naples
Sous la direction du professeur Mariolina Landolfi Montella dite Mariolina et Pasquale Tommasino. le Duché autonome de Naples

Après la chute de l’Empire romain d’Occident, l’histoire de Naples est une succession d’attaques sanglantes, de sièges et de coups d’État, tendent tous à prendre possession de la ville dont les ports ouvrent la voie à la Méditerranée. Au VIe siècle de notre ère, les Goths, un peuple originaire du nord-est de l’Europe, ont pris possession de Naples : ils étaient des barbares et restaient étrangers à sa culture grecque, mais en tant que souverains, ils n’étaient pas critiquables. En 536, le général byzantin Belisarius a chassé de Naples les Goths qui avaient conquis la ville quelques années auparavant. Goths et Byzantins se sont affrontés jusqu’en 554, date à laquelle le général romain Narses a finalement vaincu le dernier Goth, Teia, dans la bataille du Vésuve, descendant de Totila qui avait repris Neapolis à Justinien. Un siècle après ces événements, l’empereur romain d’Orient nomme un dux, un condottiero, un duc napolitain, pour défendre la ville, commençant ainsi la période du duché autonome.
À cette époque, Naples devait se prémunir contre l’insidiosité des Lombards, un peuple barbare qui s’était répandu dans toute la péninsule, formant un duché à Bénévent, qui visait à conquérir le duché napolitain. En 581, ils ont assiégé Naples mais ont été repoussés avec perte et la ville a acquis la réputation d’une ville sûre. De 755 à 800, le chef militaire et administratif de la ville est le duc Étienne II, un homme d’un grand sens politique qui atténue l’influence de Constantinople, en réaffirmant la langue et la culture latines et en estampillant même sur certaines pièces de monnaie l’effigie de saint Gennaro. Pendant ce temps, un nouveau danger plus grave que celui des Lombards plane sur Naples : les Sarrasins. Entre-temps, pour la première fois, en 840, le duc Sergius est élu directement par le peuple, qui non seulement se révèle être un politicien avisé et sagace, mais profitant de la force et du consensus du peuple, il déclare la fonction ducale héréditaire.Particulièrement significative est l’alliance qui conduit à la constitution de la Lega Campana, dont le pape Léon IV est le principal promoteur pour la défense de Rome. Il s’agit de la première alliance historique d’États italiens unis militairement contre la menace étrangère, anticipant d’environ trois siècles la Ligue lombarde, plus connue. Au cours de l’été 849, la ligue Campana a été le protagoniste de la bataille d’Ostie, immortalisée par une célèbre fresque de Raphaël conservée dans les salles du Vatican. Une flotte composée de navires des duchés d’Amalfi, de Gaeta, de Naples et de Sorrente, sous la direction du consul Cesario de Naples, a mis en déroute les Sarrasins qui s’apprêtaient à débarquer près d’Ostie dans l’intention d’envahir et de détruire Rome et la papauté. Pendant ce temps, les Lombards continuent d’importuner le duché de Naples et le duc Sergius IV tente de se débarrasser des Lombards dans les territoires environnants : Benevento, Capoue, Salerne, il se tourne vers des mercenaires normands sous le commandement de Rainulfo Dragot à qui il promet le comté d’Aversa et la main de sa sœur. Rainulfo fait d’Aversa une forteresse normande aux portes de Naples, jetant ainsi les bases de la conquête normande de tout le Sud

La bataille d’Ostia

A Spasso per i secoli per Napoli

A cura della professoressa Mariolina Landolfi Montella detta Mariolina e di Pasquale Tommasino. il Ducato Autonomo di Napoli

Caduto l’Impero Romano d’Occidente, la storia di Napoli è un susseguirsi di attacchi cruenti, di assedi di colpi di mano, tutti tendenti ad impadronirsi della città i cui porti aprono le vie del Mediterraneo. Nel VI sec. d.C., i Goti, popolo originario dell’Europa nord-orientale s’impadronirono di Napoli: erano barbari e restarono estranei alla sua cultura greca, ma come reggitori non dovettero essere criticabili. Nell’anno 536 il generale Bizantino Belisario scacció da Napoli i Goti che avevano conquistato Napoli qualche anno prima. Goti e Bizantini si combatterono fino al 554 quando finalmente il generale romano Narsete sconfisse l’ultimo re ultimo re goto Teia, discendente di Totila che aveva ripreso a Giustiniano Neapolis. Dopo un secolo da questi avvenimenti, l’imperatore romano d’oriente nominò un dux , un condottiero, un duca napoletano, per difendere la città, cominciando cosi il periodo del ducato autonomo.

Napoli in quel periodo dovette guardarsi dall’insidia dei Longobardi, popolo barbaro che era dilagato per tutta la penisola formando un ducato a Benevento che mirava alla conquista del ducato napoletano. Nel 581 posero d’assedio Napoli ma furono respinti con perdita e la città assunse fama di città sicura.Al vertice militare e amministrativo della città si trova dal 755 al 800 il duca Stefano II, uomo di grande acume politico che attenuo l’influenza di Costantinopoli, riaffermando la lingua e la cultura latina e imprimendo su alcune monete finanche l’effige di San Gennaro.Nel frattempo un nuovo pericolo più grave di quello dei Longobardi incombeva su Napoli: i Saraceni. Nel frattempo, per la prima volta, nell’840 fu eletto direttamente dal popolo il duca Sergio , che non solo si dimostrò politico accorto e sagace, ma profittando della forza e del consenso popolare dichiarò ereditaria la carica ducale.Particolarmente significativa l’alleanza che portò alla costituzione della Lega Campana, di cui si fece principale promotore Papa Leone IV per la difesa di Roma. Una prima storica alleanza di Stati italiani militarmente uniti contro la minaccia straniera, che anticipa di circa tre secoli la più pubblicizzata Lega Lombarda. Nell’estate dell’849 la Lega Campana fu protagonista della Battaglia di Ostia, immortalata con un celebre affresco da Raffaello nelle stanze vaticane Una flotta costituita dalle navi dei ducati di Amalfi,Gaeta,Napoli e Sorrento sotto la guida del console Cesario di Napoli, sbaragliò i saraceni che si apprestavano a sbarcare presso Ostia con l’intento di operare l’invasione e la distruzione di Roma e del papato. Nel frattempo i longobardi continuavano a infastidire il ducato di Napoli ed il duca Sergio IV per liberarsi dei Longobardi dei territori circostanti 5Benevento, Capua, Salerno si rivolse ai mercenari Normanni al comando di Rainulfo Dragot a cui promise la contea di Aversa e la mano di sua sorella. Rainulfo fece di aversa una fortezza Normanna alle porte di Napoli, ponendo le basi alla conquista normanna di tutto il Meridione.

La Battaglia di Ostia. La lega Campana sconfigge la flotta Araba ” secoli prima della fondazione della lega LOMBARDA.